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Dario Ferrigato

Dario Ferrigato

Dario Ferrigato (Linkedin Profile) is Senior Consultant at (ADVB Strategic Minds), a worldwide network of indipendent marketing consultants.
Dario can be reached
via email at d.ferrigato(at)advboucle.com
on social media:

L'aggiunta dei contenuti "social" in Google

Google

 

Google e chi altri, implementa la funzionalità di monitorare il buzz generato tra i propri contatti nei social network.
Basta importare nel proprio profilo le specifiche delle piattaforme a cui si è iscritti.
Non solo: possibilità di filtrare i risultati in base alla fonte di provenienza (blog, forum...)
Vedo ciò che si dice, il brusio delle persone su un determinato tema, brand o prodotto.

La verità è che google capisce la novità rappresentata dalla qualità delle informazioni: il giudizio, le valutazioni delle persone.
Una cosa è se il mio brand è presente su un sito, viene menzionato per un evento o promosso su un portale di e-commerce (ovvero la serp classica); un'altra è il giudizio che ne da una persona, potenziale acquirente o comunque elemento capace di influenzare il giudizio altrui. 

Si monitora il buzz perchè il giudizio è terzo rispetto alla provenienza e quindi ha un valore per chi lo legge cioè influenza tanti lettori.
Si guarda al buzz in quanto è una forma di ricerca di mercato non viziata da contesti simulati.

Consiglio in chiusura questo chiaro post di  Juliette Bellavita su BlogoSfere.

Quasi nessuno usa FriendFeed e in pochi li capiscono realmente

Si come al solito parliamo di social network e loro utilizzo in ambito business.

Bella la raccolta fatta da Lara Vedovato che, anche se magari non esaustiva, rende l'idea sull'utilizzo sul target medio grande, che per definizione può generare più buzz.

La disamina è quella in oggetto: poca conoscenza degli strumenti nuovi e visione dei social come nuovo canale di comunicazione unidirezionale.

Non basta la pagina facebook o qualche altro contenuto, bisogna entrare nelle logiche dei network e degli effetti di passaparola creabili.

Non è come fare advertising sui media tradizionali ovvero non si possono usare su facebook le logiche classiche, sono strumenti differenti.

I limiti di un rebranding

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Tutto è rebrandizzabile?

Dato un obiettivo di mercato ogni brand è adatto a supportarlo?
Mi chiedo cioè se data la scelta strategica di una azienda, il brand in essere è sempre adatto.

Parto forse vista anche l'ora in cui scrivo (20.17 di un tranquillo venerdì sera), dalla mia pizzeria preferita in provincia di Bergamo.
Si trova a Levate ed è gestita da due simpatici coniugi.
Piccola divagazione: se ci andate prendete la pizza Guly Gigante (30cm di diametro infarciti di: funghi porcini, taleggio, salsiccia nostrana su un letto di salamino piccante. Ovviamente pomodoro e mozzarella. Declino ogni responsabilità sulla digestione altrui!)
Tornando brutalmente al marketing: quando entri nel locale la signora ti accoglie ed è come se entrassi in casa sua. Ti fa sentire di casa e se scegli la pizzeria scegli anche la signora e la sua compagnia che rinnova con visite al tavolo.
Il locale è stato ereditato da una passata fortunata gestione che aveva creato un naming noto nella zona.
I signori quando hanno preso il locale hanno però deciso di sacrificarne il nome storico e conosciuto per un nuovo naming che rappresentasse di più la loro offerta.
Quale? I loro nomi di battesimo come dire vieni da noi...

Il coraggio di cambiare quando un brand non è più in grado di rappresentarvi.

Prendete il noto brand OVSIndustry. Ero all'Orio Center e imbattendomi nel loro store ho colto la declinazione verso un target trendy, giovanile.
Non voglio fare le sfumature di posizionamento ma la mia domanda è: l'Oviesse, dove la mamma mi portava a prendere i pantaloncini estivi a poco, è sebbene rivisitata nel naming capace di incarnare un brand con valori e attributi di tendenza?

Cioè il peso dell'eredità di valori discontinui rispetto alla traiettoria di rebranding, non è un fardello che supera il contributo rappresentato dalla notorietà del marchio?

E' una questione di metrica di un brand: c'è un limite al di la del quale non ci si può spingere e dove conviene coniare un nuovo brand?

Penso che la mia riposta sia sotto intesa...

Il rebranding in tre punti...

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1. Cosa pensano del tuo brand

Il brand è ciò che pensa la gente della tua impresa. Sempre di più il processo di affermazione dei valori di un brand avviene mediante il mondo del passaparola. Il web 2.0, i social media stanno mostruosamente amplificando questo fenomeno. Una marca è sempre di più l'opinione dei suoi clienti più che il messaggio unidirezionale dell'azienda. Una marca è ciò che si è fissato nella testa della gente. Questa è la vera eredità da cui bisogna partire nell'apportare ogni cambiamento; posto che essa sia positiva, è l'asset a cui non si può rinunziare senza opportune riflessioni.

2. Cosa può offrire il tuo brand
Chi sei ovvero un brand non può che essere ciò che è. Today, Tomorrow, Toyota lo dici se in effetti fai una macchina ibrida e se il modello successivo lo presenti con i pannelli fotovoltaici. Il mercato è sempre di più consapevole, l'informazione circola tra i consumatori, il mercato è conversazione e quindi affermazione della verità. Se scegli una traiettoria di rebranding la devi supportare con i fatti. Ho visto aziende puntare sul servizio e poi avere un call-center con operatrici che a mala pena trattavano la telefonata. 

3. Dove vuole andare il tuo brand
Guarda come si muove la tua concorrenza e differenziati, comprendi spazi inascoltati della domanda, ritagliati un posizionamento quindi disegna la traiettoria ideale del tuo brand. Rebrandizzare è ragionare anche in termini relativi, dare ad una marca un senso nel contesto di mercato.

Insomma cerca il tuo ideale sapendo che non puoi prescindere da ciò che sei e pensano di te.

La formazione deve essere:

SU MISURA 

Ogni azienda è portatrice di esigenze specifiche a cui il piano didattico deve dare risposte. Sciogliendo il trade-off con i costi l'assetto migliore è la formazione rivolta ad aziende simili.

NON INVASIVA
La formazione non può ostacolare il normali processi aziendali. Allocazioni temporali mirate sugli sbalzi della produzione, l'estensione dei normali orari o comunque strategie che mantengano sostanzialmente inalterata l'offerta e i servizi erogati. 

APPLICABILE
La formazione non deve rimanere solo nella testa dei destinatari ma deve tradursi in valore per l'azienda. Per rendere operativi gli insegnamenti spesso si ricorre ad un affiancamento svolto direttamente da chi ha fatto formazione. Nulla di eterno come spesso accade per determinati applicativi ma la sola volontà di dare un seguito alla conoscenza trasmessa.

SENTITA
E' un sacrificio, un investimento e il management deve saper motivare i fruitori della necessarietà dell'intervento. Ricordo comunque a tutti come ricevere della formazione sia un valore per il proprio futuro.

Chiudo con una riflessione che riguarda domanda ed offerta formativa: in un mondo in cui la conoscenza cambia con velocità impressionante, le normali istituzioni formative sono ancora in grado di starvi al passo ed offrire i contenuti necessari. Non è forse da pensare a nuove realtà più snelle, magari di minor spessore culturale ma capaci di permearsi per tempo della conoscenza che muta. Pensate ai tempi di reazione dei corsi universitari alle nuove istanze del web...
A voi le riflessioni del caso.